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Re Artù


Re Artù

Occorre iniziare il pezzo con un dettaglio non trascurabile: ancora oggi la figura di Re Artù divide gli studiosi. Una parte di essi lo considera infatti come il risultato del folklore popolare, e ne contesta quindi la sua reale esistenza storica. Un altro versante di esperti in materia vede invece in Re Artù un valoroso condottiero realmente esistito, collegandolo ad alcuni uomini storici del passato. Per correttezza va specificato che questi ultimi hanno inciso nella storia di Artù anche se li vogliamo considerare come "semplici" ispirazioni per la creazione della sua figura, quindi nel caso in cui lo si voglia considerare come il frutto della fantasia di uno o più cantastorie.


Tra le fonti citate per convalidare la veridicità del protagonista di oggi vi sono sicuramente La Historia Brittonum e gli Annales Cambriae. Entrambe le fonti, rispettivamente del IX e del X secolo, menzionano Artù e le battaglie da lui combattute, culminate in quella del Monte Badon. Esse presentano Artù come un condottiero romano-britannico, che avrebbe mostrato le sue qualità combattendo contro gli invasori anglo-sassoni, in un periodo attestabile tra la fine del V secolo e gli inizi del VI. Ciò sarebbe in linea con gli stessi appellativi di Artù, che non viene definito "re", bensì "dux bellorum", ossia "condottiero delle guerre", sottolineando le sue doti di esperto e coraggioso soldato.


Per quanto riguarda le possibili figure storiche, un nome fondamentale è sicuramente quello di Ambrosio Aureliano, audace uomo d'armi romano-britannico discendente dagli Aureli, famiglia senatoria romana. Egli divenne famoso perché si assunse la guida dei Britanni, facendo loro ottenere la prima vittoria contro i Sassoni. C'è chi ipotizza sia stato protagonista proprio della nota battaglia del Monte Badon, collocabile, in base alle varie fonti disponibili, in un arco temporale che va tra il 491 e il 516. Nelle leggende bretoni viene spesso presentato come il fratello di Re Uther Pendragon, quindi lo zio di Artù, mettendo comunque in relazione le due figure per il loro essere entrambi degli impavidi soldati. Un altro personaggio con cui viene identificato Artù è Lucio Artorio Casto, un dux romano del II secolo, il cui appellativo spiegherebbe anche la somiglianza etimologica dei nomi. Secondo alcuni studiosi poi Artù risalirebbe addirittura al 2300 a.C, ossia l'età del bronzo. La narrazione relativa alla spada della roccia farebbe in realtà riferimento alla produzione primitiva di armi, precisamente all'estrazione della spada dallo stampo usato per darle forma dopo aver fuso il metallo. Se a queste informazioni uniamo le ipotesi che collegano Artù a miti celtici o addirittura preistorici, donando quindi una base mitologica alla sua immagine, capiamo perfettamente le dispute sul suo conto, e l'essere considerato come una sintesi di tutte queste origini incredibilmente variegate.


Focalizzandoci ora sull'aspetto letterario di Re Artù, è necessario citare innanzitutto Goffredo di Monmouth, e la sua opera "Storia dei re di Britannia", scritta nel 1135 circa. A questa vanno aggiunti gli scritti di Chrétien de Troyes, varie rielaborazioni di tali opere come il "Ciclo della Vulgata" e l'opera dello scrittore inglese Thomas Malory intitolata "La morte di Artù" del 1470, in cui l'autore rielabora tutto il materiale antecedente a sua disposizione. Questo vastissimo corpus di opere ha creato così una leggenda che ancora oggi è tra le più conosciute al mondo.


Quale sarebbe quindi la storia di Artù secondo le fonti letterarie? Stando alla versione prevalente tra tutte le leggende, Artù nacque a Tintagel, in Cornovaglia, dal Re Uther Pendragon e Igraine, donna bellissima dalla storia particolare. Ella era infatti già sposata col Duca di Cornovaglia, Gorlois, e aveva già tre figlie, di cui una diventerà la famosa Fata Morgana. L'amore tra Pendragon e Igraine fu un vero colpo di fulmine condito dalla magia: i due infatti concepirono Artù grazie all'aiuto di Merlino. Il potente mago realizzò un incantesimo per Uther, facendolo intrufolare di nascosto nella camera della sua amata Igraine. Diede così il via alla nascita del futuro eroe, ma anche a una serie di guerre tra i due regni. Fu proprio Merlino a intervenire per proteggere il bambino: stabilì che egli dovesse crescere in segreto, per evitare vendette e ulteriori inasprimenti. Si occupò egli stesso di allevarlo, nascondendogli i suoi veri natali. Alla morte del re Pendragon cominciarono a insorgere violente dispute su chi dovesse essere il suo successore al trono, e Merlino, ancora una volta, trovò una soluzione per rendere finalmente giustizia a quello che sarebbe stato l'incredibile Destino del fanciullo. Decise di intrappolare una spada in una roccia, stabilendo che solo colui capace di estrarla sarebbe divenuto re. L'estrazione di tale spada avrebbe infatti mostrato le qualità morali dell'uomo in questione, rendendolo degno di regnare. Ovviamente, i più coraggiosi cavalieri accorsero da ogni luogo per tentare l'impresa. Fin quando non giunse un ragazzino sconosciuto che, suscitando infinita meraviglia nei presenti, estrasse la famosa Excalibur dalla roccia, dimostrando di poter diventare Re: ovviamente, il giovane in questione era proprio Artù!


Egli fondò dunque il suo regno stabilendo la sua fortezza a Camelot, un luogo incantato che diede vita a un periodo idilliaco per tutto l'arco della sua durata. La donna di cui si innamorò era Ginevra, figlia di re Leodegrance e donna di incomparabile beltà, dotata di modi cortesi e gentili. Da regnante saggio e umile qual era, Artù decise di circondarsi di dodici cavalieri, lo stesso numero degli Apostoli, e di farli sedere assieme a lui alla Tavola Rotonda. Questa, costruita da Merlino, fu voluta proprio da Artù di tale forma specifica, in modo che nessuno, neanche il re stesso, potesse sedere a capotavola considerandosi migliore e di rango superiore rispetto agli altri. L'unico che avrebbe meritato un posto d'onore sarebbe stato colui che avrebbe trovato il Santo Graal, che aveva un'importanza fondamentale per Artù per diversi motivi. Innanzitutto, il popolo possessore del Graal era considerato benedetto e protetto da Dio. Inoltre, la reliquia incarnava alla perfezione gli ideali di etica, giustizia e lealtà che guidavano il Re, i suoi cavalieri e Camelot stessa, oltre a mostrare, da un punto di vista storico, la fine dei culti pagani e l'avvicinamento della Britannia al Cristianesimo.


Tuttavia, anche le storie più perfette hanno prima o poi quell'imprevisto che guasta gli equilibri. L'intoppo, in questo caso, si chiamava Lancillotto, uno dei migliori cavalieri di Artù e uno dei suoi servitori più fedeli, noto anche come "Lancillotto del Lago" perché allevato dalla Dama del Lago, Viviana. Fu l'amore tragico e illecito tra il cavaliere e Ginevra, la donna del Re, a rompere l'equilibrio invidiabile di Camelot. Ginevra fu infatti condannata al rogo per il suo tradimento e salvata in extremis da Lancillotto. Quest'ultimo a sua volta fu ovviamente costretto a fuggire e a nascondersi per evitare la vendetta di Artù. Il tradimento di entrambi segnò la fine del regno perfetto di Camelot, fondato sull'uguaglianza e sulla giustizia e fortemente voluto da Artù. La stessa morte del Re fu dovuta a un tradimento: nell'aspra battaglia di Camlann, del 537, Artù affrontò Mordred, presentato nei racconti come parente prossimo del sovrano e uomo sleale, colpevole di aver tentato di usurpare il trono di Artù. Quest'ultimo, per vendicarsi dell'affronto e dell'ulteriore inganno subìto, decise così di combattere il suo nemico: valoroso com'era, riuscì a colpire gravemente Mordred, ma finì con l'essere ferito mortalmente da lui. Fu seppellito così dalle due Fate, Viviana e Morgana, sull'isola fantastica di Avalon, che molti identificano con l'attuale città di Glastonbury.


Tale credenza è da attribuire a un curioso evento del 1911, in cui alcuni monaci, in seguito a uno scavo legato alla costruzione del loro monastero, ritrovarono una croce la cui iscrizione, tradotta dal latino, diceva: "Qui giace sepolto nell'isola di Avalon il famoso Re Artù". Proseguendo l'ispezione, furono ritrovati anche due scheletri umani, di un uomo e una donna, che tutti credettero essere quelli di Artù e Ginevra; ancora oggi, tra i resti del complesso monastico, è possibile trovare la targa che testimonia tale ritrovamento. Secondo altre fonti, invece, Artù non sarebbe mai morto davvero: sarebbe di nuovo nascosto, come durante la sua infanzia, per poi tornare qualora la Gran Bretagna avesse bisogno di lui, incarnando tutt'oggi la metafora e i valori di un uomo che sogna di migliorare sé stesso e la realtà in cui vive.

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